Intervista a Vanity Fair Italia

In occasione del concerto a Milano, Vanity Fair Italia realizza una fantastica intervista alla nostra Billie

Questo è il link ufficiale alla pagina dell’intervista di Vanity Fair Italia –> https://www.vanityfair.it/music/concerti-eventi/2019/09/01/billie-eilish-milano-rocks-concerto-bury-a-friend

Compirà 18 anni a dicembre la ragazza di Los Angeles che, in pochissimo tempo, ha rivoluzionato le regole del pop. È a Milano per Milano Rocks, il festival che il 30 e 31 agosto ha occupato l’aria Expo del Mind Milano Innovation District con tante ore di musica, tra nomi come Florence and The Machine, The 1975 e Twenty One Pilots. Cinquantacinque minuti di concerto, meno del previsto, a causa di una storta al primo salto sul palco, con tutto il dispiacere di un’artista che voleva solo cantare, ballare, saltare con i suoi fan «Mi dispiace tantissimo, volevo darvi uno show diverso.

Ero pronta a dare il massimo. E invece mi fa male. Mi dispiace». Si scusa più volte, lacrime agli occhi, male alla caviglia. Esce dal palco, torna con un tutore, ci riprova. Sta seduta quasi tutto il tempo, si rialza verso la fine, saltando su una gamba sola, facendo il suo meglio, nonostante tutto.

La incontriamo poche ore prima dello show in un grande albergo, a Malpensa, da cui ripartirà subito per proseguire il tour che la terrà impegnata fino a metà novembre.

Pochi giornalisti attorno a un tavolo, pochi minuti a disposizione, per questione di impegni. Eppure bastano. Perché Billie parla, racconta di sé senza preoccuparsi se alcune dichiarazioni possono risultare scomode o troppo personali. Dice quello che deve dire. Proprio come nelle sue canzoni.

Figlia di attori, Maggie Baird e Patrick O’Connell, scrive la sua musica da quando ha 11 anni. Ama i cavalli, meno i talent, fa sogni (brutti) che spesso vede realizzarsi. Era il 2016 quando su Soundcloud pubblicava la sua Ocean Eyes, il brano che l’ha fatta conoscere. In soli tre anni è diventata il nome da seguire. When the party’s overBury a Friend Bad Guy sono i suoi brani più famosi e sono quelli che hanno portato la critica di tutto il mondo a puntare gli occhi su di lei. Dicono che ha rivoluzionato le regole del pop, che qualcosa di così nuovo non si sentiva da anni. Lei risponde che semplicemente era quello che voleva fare: «Non ho mai detto odio il pop e ora romperò le regole. Non ho neanche mai pensato queste cose. Ho solo fatto quello che volevo fare. E le persone hanno deciso che ero ok».

Veste in modo particolare, tanto da essere richiestissima da tutte le case di moda: «Mi criticano per come mi vesto, perché non valorizzo il mio corpo. Oppure ci sono mamme che mi ringraziano, perché le figlie copiano il mio stile e così non si mettono in mostra. Io non lo faccio per nessuno dei due motivi. Semplicemente mi vesto come mi voglio vestire. Ognuno dovrebbe vestirsi come vuole, e non come mi vesto io, perché lo faccio io».

È diversa Billie, non per scelta, non per impersonare un ruolo. Appare e fa semplicemente come è: «Non potrei mai giocare con l’autenticità, perché è un gioco che non si può gestire. Non cerco di essere diversa. Non cerco di essere così. Cercare di essere reale è esattamente quello che non lo rende possibile. Essere quello che si è, senza mentire, è l’unica cosa da fare». E forse è proprio per questo che piace a tutti. Ragazzi, adulti, molto anche ai bambini. Non c’è un target, c’è un suono nuovo che arriva e colpisce, trasversalmente. «Mi piace molto che non ci siano limiti di età e anzi, vorrei essere ancora più trasversale. Ma se uno show piace non conta l’età di chi è venuto a vederlo».

Essere quello che si è, senza mentire, è l’unica cosa da fare

Billie Eilish

Concerti tutti sold out, sempre. No, lei non se lo aspettava tutto questo successo e in alcuni momenti ha anche pensato di non volerlo: «Non ho mai odiato quello che avevo, eppure l’anno scorso, anche a febbraio quando sono venuta a Milano (per la data al Fabrique, ndr), non stavo bene, non mi stavo divertendo. Il troppo lavoro, il non dormire mai abbastanza. Ho iniziato che avevo 13 anni, il primo tour a 15. Ora ne ho 17. Sono stati quattro anni difficili. Sono anni duri per tutti, quando hai quell’età. Io dovevo fare tutto quello che ho fatto, ma a un certo punto ho odiato la fama. Avevo tutte le mie paranoie dell’adolescenza, più la fama. Difficile reggere. Ho pensato di non volere più niente, di andare via. Volevo comprare una maglietta o uno spazzolino da denti? Non potevo. Ho provato la vera infelicità… Ora però penso che la fama sia bellissima. Non ti abitui mai, ma ora sono finalmente felice».

È diventata un simbolo per la sua generazione, nonostante non ami lanciare messaggi: «Dicono Billie ha fatto una dichiarazione, non è vero, ma ok». Eppure si racconta, perché sa che di fronte a lei ci sono persone che pensano le stesse cose e che a volte le provano. Se ne è accorta quando ha parlato per la prima volta della sindrome di Tourette, che ha da sempre ma che non voleva diventasse il centro della narrazione a lei dedicata e quindi la teneva nascosta. Fino a quando ne ha parlato per scoprire che tantissimi suoi fan ne soffrono, per scoprire che stava dando loro un messaggio di forza. O come il suo essere vegana. Non amava parlarne, erano fatti suoi, eppure ora pensa sia meglio dirlo. «In questi giorni tutti hanno postato e condiviso post sull’Amazzonia in fiamme, dalle persone comuni ai personaggi famosi. Ed è ok farlo, ma mi fa arrabbiare. Perché sanno che la foresta sta bruciando, ma non sanno perché. Perché se lo sapessero starebbero facendo qualcosa. Perché se lo sapessero smetterebbero di mangiare carne. Perché quegli alberi tagliati servono all’agricoltura per far mangiare le mucche che dobbiamo mangiare noi. E lo so che la carne è buona, buonissima. Ma già la crudeltà sugli animali dovrebbe bastare per smettere, eppure ok, facciamo finta che non ci sia crudeltà. Se ci dicessero di smettere di mangiare patate per salvare il mondo cosa faremmo? Facile, semplicemente smetteremmo. Ecco, quindi prima non parlavo del mio essere vegetariana o che cinque anni fa sono diventata vegana. Ma ora so che devo farlo, bisogna smettere». Nel suo futuro prossimo c’è un possibile incontro con Greta Thunberg, ancora da confermare. Ma alla madre, che la accompagna ovunque, brillano gli occhi «Mia madre è la sua più grande fan, parla sempre di lei. E penso che dovrebbero ascoltarla tutti. Non so perché le persone non si accorgono di quello che sta accadendo.».

Il suo modo di essere ha conquistato tutti, in tutto il mondo, partendo dalla sua musica, i cui i numeri sono incredibili.  Il suo album When we all fall asleep, where do we go?, scritto e prodotto nella sua cameretta di Los Angeles con suo fratello Finneas O’Connell, noto per aver fatto parte del cast di Glee, la serie, ha debuttato, a fine marzo, al primo posto in 60 paesi, Italia inclusa, dove oggi appare ancora in top ten, dopo 22 settimane. Più di un miliardo di stream delle sue canzoni, visualizzazioni su YouTube per video dall’estetica sempre particolare e curata alla ricerca dei registi più bravi (imperdibile You should see me in a crown disegnato da Takashi Murakami), milioni di follower, tra cui si contano ormai moltissimi nomi famosi, da Lana del Rey a Thom Yorke o Dave Grohl. «Dave ha detto che il rock non è morto grazie a me. Sentirlo dire da lui, dall’alto della sua carriera, è stato per me più di una validazione. È difficile che una ragazzina a 16 anni venga considerata cool, soprattutto nell’industria musicale. Ero certa che non sarei piaciuta a nessuno. È come se per la prima volta, grazie alle sue parole, mi sia sentita riconosciuta nel tentativo che stavo facendo».

E il tentativo è gradito anche dalle 20 mila persone presenti a Milano che saltano, cantano, ballo, senza sosta, nonostante l’infortunio, nonostante il dolore alla caviglia, nonostante la voglia di Billie di poter regalare uno show migliore. Il pubblico applaude: «C’è una differenza enorme tra il pubblico europeo e quello americano. Cambia l’energia, cambiano anche le reazioni sulle singole canzoni. Gli show in Europa sono i migliori, perché l’energia è più grande. E non conta il numero di persone, il più bello è stato due anni fa, proprio qui a Milano (al Dude, ndr), e in sala ci saranno state duecento persone. Eppure, nonostante questo, preferisco l’America, perché lì non mi sento dall’altra parte del mondo, perché sono vicino a casa. Perché è casa».

Casa non solo metaforica, ma anche fisica, dove ora torna molto meno, per i troppi impegni: «Il mio album l’ho scritto lì, ora però non voglio più fare musica quando torno, perché è lavoro. E anche se lo amo, è pur sempre lavoro. Il prossimo album probabilmente nascerà in bus, in giro per il mondo. Non lo so, non ho un programma definito. Ma so che mi è tornata voglia di fare musica. Ora mi diverto di nuovo».